12 ANNI SCHIAVO

Titolo Originale: 12 Years a Slave
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Steve McQueen (II)
Sceneggiatura: John Ridley
Produzione: BRAD PITT, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, BILL POHLAD, STEVE McQUEEN, ARNON MILCHAN, ANTHONY KATAGAS PER RIVER ROAD ENTERTAINMENT, PLAN B ENTERTAINMENT, NEW REGENCY PICTURES, IN ASSOCIAZIONE CON FILM4
Durata: 133
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Paul Giamatti, Brad Pitt, Ashley Dyke

Salomon è un afroamericano che nel 1841 vive come uomo libero nello stato di New York. E’ un apprezzato violinista e vive serenamente con la moglie e i due figli. Con la speranza di un ingaggio, si reca a Washington su invito di due signori che si scoprono essere dei truffatori. Viene drogato e il giorno dopo si trova incatenato su un battello per esser venduto come schiavo in una delle piantagioni del Sud. Da quel momento il suo unico desiderio sarà quello di tornare libero ma deve muoversi con cautela e far finta di non saper neanche leggere e scrivere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film illustra la triste e violenta realtà dello schiavismo dell’800 ma sembra che voglia estrarre da tale situazioni pretesti per una certa violenza compiaciuta
Pubblico 
Maggiorenni
Continue scene esplicite di fustigazioni, impiccagioni, sevizie. Scene di abusi sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Steve McQueen (II) si conferma un grande narratore di storie a tinte forti ma anche la sua ossessione illustrativa del il corpo, sottoposto a violenza o a puro oggetto di soddisfacimento sessuale

Non sono pochi i film che in tempi recenti hanno cercato di farci riflettere sul  tema dello schiavismo negli Stati Uniti (forse un omaggio al Presidente Barack Obama?).

Sono lavori che condannano senza appello il periodo in cui la schiavitù era legale e sembra proprio che i tempi  del “zi padrona” di Via col vento -1939 o di un approccio conciliatorio come nel romanzo La capanna dello zio Tom siano tramontati per sempre.

Basterebbe citare The Butler – Un maggiordomo alla Casa  Bianca (dove in effetti Obama compare nel giorno della sua elezione), Lincoln-2012,  The help-2011, e  Django Unchained-2012. Scartiamo da subito dalla lista il film di Quentin Tarantino: questo regista  ripropone situazioni di prepotenza dell’uomo sull’uomo (lo schiavismo in questo caso,  il nazismo in Bastardi senza gloria-2009) senza alcun altro obiettivo se non quello di rappresentare scene di sadismo per giustificare in questo modo le atroci vendette dei “buoni”.

The Butler e Lincoln,  pur non minimizzando affatto la crudeltà dello schiavismo, hanno un approccio più propositivo e mostrano come l’America migliore, grazie a un contesto sociale genuinamente democratico, sia poi riuscita – faticosamente- a superare il problema.

12 Years slave ci fa vivere, corpo e anima, cosa vuol dire essere degli schiavi: con un andamento lento e grande cura nei dettagli, nelle sue più di due ore e un quarto, scandisce l’avvicendarsi delle stagioni in una piantagione di cotone e ci immerge nella cronaca di ordinarie giornate di soprusi, sofferenze e umiliazioni.

Il film, ricavato da una storia vera e ispirato al romanzo scritto dallo stesso protagonista della vicenda, si polarizza su confronto padrone-schiavo. Se alla fine della giornata non si è raccolto abbastanza  cotone, si viene frustati; alla domenica, unico giorno di riposo, è lo stesso padrone che legge loro la Bibbia cogliendo l’occasione per sottolineare che gli debbono  obbedienza come se lui stesso fosse Dio; basta un minimo accenno di protesta o di ribellione per finire con un cappio al collo.

Michael Fassbender, l’attore preferito del regista Steve McQueen (II), impersona la figura di un paranoico proprietario terriero a cui è ben chiaro che gli schiavi sono una sua proprietà, utili per la piantagione ma anche per soddisfare le sue voglie. Prende possesso di una ragazza di colore, ha con lei anche una figlia, ma ciò non costituisce l’occasione per esternare un po’ di tenerezza: al contrario il minimo pretesto è sufficiente per frustarla a sangue.

Quando alla fine il risvolto del film sarà positivo (lo stesso titolo lo suggerisce), lo spettatore non potrà che trarre un sincero sospiro di sollievo: il bravo regista riesce a far emergere i nostri più primordiali istinti di sopravvivenza e un desiderio estremo di libertà.

Questo film fornisce un contributo a una più approfondita e corretta prospettiva storica dello schiavismo? Il mio giudizio è negativo. L’opera di  Steve McQueen (II) non è molto diversa da quella di Quentin Tarantino.

Se Tarantino evidenziava situazioni di sopruso come pretesto per far esplodere odio e vendetta , anche il regista inglese carica il suo film di scene raccapriccianti ma in questo caso la reazione rabbiosa  non si manifesta sullo schermo ma viene trasferita direttamente allo  spettatore.

Non si vuole certo minimizzare né negare che quanto ci viene rappresentato non sia realmente accaduto, ma al contempo non si può parlare di ricostruzione storica quando i padroni non appaiono neanche umani, ma dei mostri mefistofelici usciti chissà da quale geenna. Non si tratta di una ricostruzione realistica ma è la rappresentazione di una ossessione.

Molto più bilanciato (in parte perché  ambientato ormai negli anni ’60), è stato il film The help: con meno violenza (il film è tutto al femminile) vengono ugualmente rappresentati  gli aspetti più negativi del razzismo, assunto a dottrina sociale quando si teorizza la liceità dell’esistenza di due razze con funzioni diverse: questi destinati a comandare, quelli ad ubbidire, in base a chissà quale legge di natura.

 Alla fine il modo migliore per giudicare un film è proprio lo stato d’animo con cui lo spettatore esce dalla sala: se ci sentiamo interpellati nella  nostra coscienza per vigilare affinché anche nella nostra banalità quotidiana non si insinuino strane giustificazioni di comportamenti discriminatori, allora il film è stato utile, come è accaduto per The Help.

Se al contrario l’opera è servita solo per alimentare sentimenti di odio, sostenuti da non troppo dissimulate forme di erotismo sadico, allora  è stato dannoso.

Autore: Franco Olearo


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