LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE

Titolo Originale: La maria uccide solo d'estate
Paese: ITALIA
Anno: 2013
Regia: Pierfrancesco Diliberto
Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani
Produzione: MARIO GIANANI E LORENZO MIELI PER WILDSIDE MEDIA CON RAI CINEMA
Durata: 90
Interpreti: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto

Palermo. Arturo nasce nel 1969, nello stesso giorno in cui Riina, con un eccidio, diventa il boss di Palermo. Ancora ragazzo, si innamora di Flora, una sua compagna di classe che abita nello stesso palazzo del giudice Rocco Chinnici e quando si decide di dichiararle il suo amore con un gesso davanti al suo portone, la scritta resta cancellata dall’ esplosione di una bomba omicida; ormai studente modello, Arturo riesce a intervistare il generale Dalla Chiesa ma presto saprà che essa è stata l’ultima che il generale ha potuto concedere…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il popolo di Palermo, assieme al protagonista, prende progressivamente coscienza della necessità di ribellarsi alla criminalità mafiosa
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di uccisioni a sangue freddo e un rapido riferimento a un rapporto coniugale
Giudizio Artistico 
 
Brava la Cristina Capotondi e i due piccoli Alex Bisconti e Ginevra Antona, un po’ bloccato Pierfrancesco Diliberto; la regia risente di un certo didascalismo

“Non ti preoccupare, adesso è inverno: la mafia uccide solo d’estate” così  il padre tranquillizza il piccolo Arturo, quando il figlio  inizia a capire che qualcosa di brutto sta accadendo in città.

Il raccontare temi seri con levità e il sorriso sulle labbra è sempre stata un’operazione difficile. Ci riuscì perfettamente Benigni con La vita è bella ( tre Oscar nel 1999) ed ora ci prova Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif (nome attribuitogli durante la sua partecipazione al programma: Le iene), qui alla sua opera prima come regista e sceneggiatore. Come Benigni, prova a filtrare la realtà attraverso lo sguardo di un ragazzo, Arturo, che non ha altri problemi se non quello di dichiararsi alla sua compagna di classe Flora e ad avere successo come giornalista dilettante, il tutto mentre anno dopo anno si susseguono nelle strade di Palerno esecuzioni mafiose di magistrati o poliziotti che hanno voluto essere troppo curiosi. Nello sviluppo del film i toni seri prevalgono, con l’uso di riprese dal vero (i funerali per il generale Dalla Chiesa e Paolo Borsellino) e  ricostruzioni realistiche di alcune uccisioni come quelle di Salvo Lima del ’92 ma la simpatia di Alex Bisconti nella parte di Arturo bambino ridona alla narrazione un timbro ironico: affascinato dalla figura di Andreotti, è incapace di vedere il male che si sta sviluppando, con una chiara allusione, da parte dell’autore, all’ipotesi che il suo non vedere sia in qualche modo collegato alla copertura rassicurante  e all’arte manipolatoria esercitata dal tre volte Primo Ministro.

Se Benigni trasfigura la sua storia a livello di poesia universale sulla bellezza di fondo della vita, a dispetto delle sfide che comporta, Pierfrancesco Diliberto si muove sotto l’ispirazione di forte motivazione civile.

Il film non è un racconto di formazione di Arturo, né una docufiction di vent’anni di morti di mafia in Sicilia: ciò che risalta di più è la progressiva, lenta presa di coscienza del popolo palermitano.

Nelle prime sequenze, (il film fa coincidere la nascita del protagonista con l’uccisione, nel1969, del capo mafioso Michele Cavataio  da parte di Riina) i genitori di Arturo, la gente nei bar o dal parrucchiere  ripetono con fastidio che la mafia è solo un’invenzione dei giornalisti. Nel 1986, con il maxiprocesso di Palermo, nessuno può più negare l’esistenza di una struttura piramidale e organizzata chiamata Cosa Nostra.

Infine, dopo un crescendo indotto dalla morte di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, il cuore emotivo del film diventa la folla che rompe gli argini della polizia in occasione dei funerali dei cinque agenti di scorta (le riprese sono quelle originali); una folla che grida contro lo stato ma anche che inneggia ai suoi eroi: la presa di coscienza è compiuta.

L’amore fra Arturo e Flora ne diventa il simbolo: se non sono riusciti a dichiararsi da piccoli, se da grandi ancora non si intendono perché su posizioni distanti (lei, donna in carriera, è diventata l’assistente di Salvo Lima), si sentono vicini e si baciano solo quando si trovano ad essere tutt’uno con la folla che cerca di entrare con la forza nella cattedrale.  

Come tante opere prime, il film mostra degli indubbi difetti: primo fra tutti il venir meno alla regola del “show, dont’tell”: l’io narrante che accompagna tutta la storia  esordisce con un “A Palermo la mafia ha sempre influenzato la vita di tutti” che appare un po’ troppo programmatico. Verso la fine, una nuova dichiarazione di Arturo ormai padre: sente l’impegno di “aiutare il figlio a conoscere la malvagità del mondo” e così facendo compie un giro per Palerno in visita alle lapidi che sono state poste nei luoghi dei vari omicidi. Un approccio un po’ troppo didascalico, ma sempre molto utile.
Sarebbe inoltre stato opportuno non limitarsi a presentare la figura di un religioso colluso con la mafia, quasi simbolo di un’intera categoria, ma anche ricordare l’uccisione di sacerdoti come Pino Puglisi.

Con tutti questi difetti, ben vengano iniziative come questa che ricordano cosa è accaduto soprattutto quando sono rivolte alle nuove generazioni ed è auspicabile che venga presentato anche nelle scuole.

Autore: Franco Olearo


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