JOBS

Titolo Originale: jOBS Get Inspired
Paese: USA
Anno: 2013
Regia: Joshua Michael Stern
Sceneggiatura: Matt Whiteley
Produzione: FIVE STAR INSTITUTE IN ASSOCIAZIONE CON SILVER REEL
Durata: 128
Interpreti: Ashton Kutcher, Josh Gad, Lukas Haas, Dermot Mulroney, Ann Warren, Ahna O'Reilly

Steve Jobs viene mandato dai suoi genitori adottivi all’università ma dopo sei mesi abbandona il college perché più interessato ad acquisire esperienza pratiche più che teoriche. Dopo un viaggio in India attrezza il garage di casa per costruire con il suo amico Steve Wozniak una piastra per computer che decidono di chiamare Apple. Dopo che il prodotto è stato presentato in alcune fiere, trovano un finanziatore: Mike Markkula, che versa nelle casse della società la somma di 250.000 dollari. Intanto alla sua compagna nasce una figlia, Lisa che Steve non vorrà riconoscere se non molti anni dopo. Il successo arriva con Apple II ma il Macintosh non raggiunge le vendite sperate. Dopo un conflitto con il consiglio d amministrazione Steve si dimette. Passato qualche anno, a causa dei rovesci subiti dalla Apple, Steve viene richiamato come CEO e l’azienda, grazie al lancio di prodotti particolarmente innovativi, riesce a riprendersi

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Le capacità imprenditoriali e progettuali di Steve Jobs non giustificano la sua incapacità di mostrare riconoscenza e benevolenza verso chi lo ha aiutato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche sgradevole situazione familiare può impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film racconta in modo dettagliato i fatti accaduti ma è incapace di scavare nella personalità del protagonista

Spesso nelle biografie di personaggi importanti viene aggiunta con un po’ di fantasia qualche linea narrativa non vera ma verosimile per rendere il racconto più interessante. Non è il caso di questa biografia di Steve Jobs: ovviamente il film non racconta tutto l’accaduto (mancano i rapporti con Bill gates e la Xerox) ma ciò che viene descritto è molto vicino al realmente accaduto.  Il film si divide rigorosamente in due parti: nella prima uno Steve giovane è alla ricerca di se stesso e muove i primi passi per rendere concrete le sue intuizioni nel nascente mondo del personal computer; nella seconda il protagonista sembra diventare il consiglio di amministrazione della Apple: mostro inerte e ottuso contro il quale Steve subisce una prima sconfitta ma poi la vittoria finale, ottenuta rimuovendo dalle loro posizioni tutti i suoi avversari.

Si tratta quindi di un racconto che si svolge quasi interamente fra laboratori di sviluppo e sedute del consiglio di amministrazione (le donne di Steve e sua figlia Lisa fanno una fugace comparsa) dove ci vengono raccontati snodi interessantissimi della più recente storia industriale ma che forse non sono adatti per un vasto pubblico (la progettazione di un nuovo alimentatore molto compatto, la scelta del processore più adatto, lo sviluppo di una interfaccia basata solo su icone nella prima parte; le opinioni contrastanti  nel board of director per decidere se investire in un prodotto molto innovativo o dirottare le risorse più pregiate nell’aggiornamento dei prodotti cash-cow; la scelta di una efficace strategia di marketing, nella seconda parte).

Ben presto lo spettatore, di fronte a questo racconto così aziendalista, inizia a domandarsi: dov’è  Steve Jobs?. Lo vediamo fisicamente attraverso l’interpretazione di  Ashton Kutcher che ne imita la camminata goffa, il suo sorriso sempre a mezza bocca ma non comprendiamo le sue intime motivazioni.

Nelle due ore del film lo vediamo piangere, sotto l’effetto di allucinogeni, al pensiero della madre che l’ha abbandonato; disegnare nuovi prodotti con un preciso gusto estetico ed una forte tensione verso la perfezione, ma poi in situazioni particolari la sua personalità appare totalmente anaffettiva: non vuole riconoscere sua figlia, tratta male i  collaboratori né  mostra gratitudine verso gli amici della prima ora.   Qual’è la personalità che tiene uniti comportamenti così diversi? Il film non fornisce una risposta. Non giova certo il confronto con The social network, la storia di Mark Zuckerberg, autore di Facebook, l’enfant prodige della seconda generazione rispetto a Steve, dove lo sceneggiatore Aaron Sorkin aveva ben amalgamato nella personalità del protagonista la voglia di emergere e la  spietatezza nel trattare gli amici di ieri,  pienamente inserita  nella dinamica di un’America in rapida trasformazione. Anche la biografia di Howard Hughes, prima in L’uomo che non sapeva amare (1964) e poi in The Aviator (2004) aveva contribuito a costruire il mito di un altro figlio dell’America che sa guardare avanti, alla ricerca del  successo ad ogni costo con decisione e durezza.

La figura di Steve Jobs è però più complessa e il pubblico si aspetta molto di più che il racconto di un industriale in carriera. Il magnetismo di Jobs, a dispetto del suo pessimo carattere, risiede tutto nella sua capacità, in modo unico rispetto a qualsiasi uomo della sua generazione, di anticipare le aspettative dei suoi Apple people. Lo sceneggiatore ha scelto anche in questo caso la soluzione di rappresentare senza spiegare: lascia che lo Steve- Ashton Kutcher declami alcuni dei suoi discorsi più famosi e visionari,. Solo all’inizio, quando Steve inizia a “vedere” quale sarà il computer per tutti, esprime le sue idee sull’innovazione, vista come un impegno assolutamente individuale e perciò creativo, in grado di liberare quelle energie che gli consentono di realizzare pienamente se stesso.

Su Raiuno è andata di recente in onda la biografia romanzata di Adriano Olivetti. Un imprenditore che sapeva anche lui guardare lontano e che concepì il personal computer ancor prima di Jobs ma che considerava prioritario il benessere dei propri lavoratori e aveva il coraggio di affrontare problemi del nostro paese ancora insoluti come la crescita del meridione. Noi stiamo con Adriano Olivetti. 

Autore: Franco Olearo


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