BAARI'A

 
Titolo Originale: BAARI'A
Paese: Italia, Francia
Anno: 2009
Regia: Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Produzione: Marina Berlusconi, Tarak Ben Ammar per Medusa Film, Quinta Communications, Exon Film
Durata: 150'
Interpreti: Francesco Scianna, Margareth Madè, Lina Sastri, Angela Molina, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Nino Frassica, Luigi Lo Cascio, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Raoul Bova, Monica Bellucci

Bagheria, vicino a Palermo, nel ventennio fascista. Ciccio è un semplice pecoraio che per l'estrema povertà è costretto a mandare suo figlio Peppino, ancora quattordicenne, ad accudire le pecore di un suo amico. Peppino finisce per frequentare poco la scuola e, ormai cresciuto, continua ad allevare buoi. Conosce la bella Mannina, che fa la ricamatrice ma i genitori di lei sono contrari al matrimonio perché Peppino è troppo povero. Ai due giovani non resta che organizzare la fuitina. Nel dopoguerra la giovane coppia finirà per avere quattro figli mentre Peppino, molto impegnato in politica (è iscritto al PCI) vivrà tutto il periodo delle lotte per la riforma agraria. Siamo ormai nel periodo della contestazione; Pietro figlio di Peppino è ormai diventato un giovane appassionato di fotografia. Decide di lasciare la Sicilia per tentare la fortuna a Roma

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film trasmette la felicità di due genitori che si vogliono bene e che fanno crescere serenamente quattro figli
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena di un bue sgozzato e quella di una gallina a cui viene tirato il collo potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima messa in scena e bellissima fotografia. Le storie dei tanti personaggi non riescono ad andare oltre il semplice bozzetto

Giuseppe Tornatore ha grande abilità nel manovrare la macchina da presa, la fotografia ed i colori sono come sempre impeccabili. Le sequenze, quasi con un taglio da clip pubblicitaria, sono veloci e si susseguono rapidamente, come nell'affanno di ricordare tanti  personaggi ed eventi che hanno caratterizzato 50 anni della vita di Bagheria. Lo spettacolo è garantito. Il regista predilige i grandi spazi: prima di tutto la sua Baaria, vista spesso dall'alto  e, con un unico colpo d'occhio, il lungo corso Butera che taglia in due la città, con grande cura nel mostrare i suoi cambiamenti  man mano che i decenni trascorrono; ma anche i grandi raduni dei contadini in sciopero, i lavoratori nella cava di pietra.

Nella prima parte vi è molta attenzione nel ricostruire la povera vita dei contadini e dei custodi del bestiame, quando si viveva e si dormiva in simbiosi con gli animali e i ragazzi facevano furti di frutta nella tenuta del padroni, per non morire di fame.

I due protagonisti, poco noti, sono senz'altro efficaci (Margareth Madè è esordiente) ma da quasi fastidio vedere nomi importanti del cinema italiano impegnati in apparizioni secondarie o di semplice comparsa; si tratta senz'altro di un omaggio a Tornatore ma la trovata, invece che rendere più interessante il film,  lo qualifica ancor più come un'opera celebrativa.

Questo imponente affresco, nelle sue due ora e mezza di durata, finisce, sopratutto nella sua parte centrale, mostra qualche momento di stanchezza. Il problema è che mancano gli elementi essenziali per costruire una storia che possa appassionare: manca una grande storia d'amore e manca la lotta, il contrasto con un antagonista.

Tornatore ci trasmette tutto il suo affetto per la sua gente e il suo paese e la storia è chiaramente autobiografica (Peppino è suo padre e Pietro è lui stesso) ma tale affetto filtra la memoria, attenua i chiaroscuri.

Il racconto, che abbraccia vari decenni, in realtà è una storia che non si sviluppa: non si vive nel tempo dinamico di una vicenda che si muove partendo da una situazione iniziale, a cui segue la nascita di un contrasto e poi perviene a una conclusione  ma resta racchiuso all'interno di in un tempo immutabile, quello della fedeltà costante del  sentimento di Tornatore verso la sua gente e la sua famiglia. Non a caso quel bambino che vediamo all'inizio, quello della locandina, lo ritroviamo alla fine, in una Bagheria sconvolta dal traffico dei nostri giorni, simbolo di un tempo che si è rinchiuso su se stesso.

Se in altre occasioni il nostro autore ha portato sullo schermo racconti violenti (basti pensare a La sconosciuta) e anche carichi di sensualità (Maléna, L'uomo delle stelle) qui non accade, perché si trova a parlare dei suoi genitori ed é   intervenuto un giusto pudore familiare; l'autore preferisce il registro della simpatica ironia, dove ad ogni cambio temporale, vediamo Mannina nuovamente incinta (avranno quattro figli) segno di una intesa forte e profonda.

Anche la narrazione dei loro primi incontri, del loro innamorarsi, il contrasto dei genitori, è raccontato con i toni leggeri della commedia all'italiana; come tutti i figli, Tornatore non può  immaginare i suoi genitori dominati da grandi passioni.

Anche nel ritrarre Peppino impegnato in politica, si vede bene che l'autore ha grande ammirazione per suo padre: lo ritrae come un comunista puro, che è diventato tale per difendere i contadini dai soprusi dei padroni mafiosi e quando riuscirà a coprire cariche pubbliche, non si sporcherà le mani con oscuri illeciti.

Volutamente, fatti tragici come la strage alla Portella delle Ginestre sono appena accennati e il tema della presenza mafiosa non viene affrontato se non di sfuggita.

Può sembrare strano dirlo, ma il grande budget messo a disposizione non ha favorito la creatività del regista. Ha messo in agenda tutto quello che aveva da dire senza nulla filtrare ed ha avviato almeno tre filoni in parallelo: la storia della sua famiglia, quella di Bagheria e dei suoi eventi rilevanti (la presenza di Guttuso impegnato nelle prime opere, il regista Lattuada che realizza un film  a villa Palagonia) e infine la storia politico-sindacale dell'Italia.

In questo modo ha finito per costruire un insieme di tanti  bozzetti, non potendo, con questa scelta stilistica, andare in profondità nelle vicende personali né in quelle collettive.

Autore: Franco Olearo


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