ZERO DARK THIRTY

Titolo Originale: Zero Dark Thirty
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Produzione: MARK BOAL, KATHRYN BIGELOW, MEGAN ELLISON PER ANNAPURNA PICTURES
Durata: 157
Interpreti: Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle

Maya raggiunge la sede della CIA in Packistan dopo l’11 settembre. E’ giovane ed è donna, ma la CIA l’ha assegnata all’unità dedicata a dare la caccia ai terrosristi perché è considerata una “killer”. Nell’arco di dieci anni, grazie anche alla sua tenacia, si riesce ad individuare il portavoce di Bin Laden e da lui risalire alla abitazione del terrorista numero uno, vicino a Islamabad. Non c’è nessuna certezza che Osama sia esattamente lì, ma Obama da l’OK ad una spedizione di assalto con i Navy Seals..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La regista non racconta solo fatti ma gli uomini e le donne che si sono impegnate nell’ ingrato ma doveroso compito di catturare il capo del terrorismo mondiale. La regista non disconosce il fatto che certe torture siano state necessarie per catturare Bin Laden ma riporta il discorso di Obama che nel 2008 ha posto fine a questi metodi brutali.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di alta tensione e di torture sia fisiche che psicologiche
Giudizio Artistico 
 
La regista Kathryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal sono molto bravi nel raccontare con un grande livello di tensione dei fatti realmente accaduti. Perfettamente nella parte la protagonista, Jessica Chastain

La squadra che con elicotteri stealth ha assaltato la presunta abitazione di Osama Bin Laden in Abbottabad è tornata. Nei volti dei Navy Seals è manifesta la soddisfazione per l’operazione compiuta ma aspettano ancora una conferma ufficiale dai loro superiori per il successo della missione. Maya, con i capelli scomposti  per la lunga notte passata in attesa del loro ritorno, si avvicina al gruppo con il volto teso. Sta cercando qualcosa. Un ufficiale la conduce verso un carrello dove è stato posto un cadavere avvolto in un telo ermetico. Maya apre la lampo quanto basta per  guardare il volto di quel vecchio con la barba bianca. Si volta e fa un cenno affermativo all’ufficiale che al telefono comunica: “si signore, il nostro agente esperto ci ha appena  dato una conferma visiva; si, proprio lei, la ragazza”. Maya non sorride né è triste.  E’ come se una grande stanchezza le fosse caduta addosso, come quando alla fine di una giornata molto intensa si  torna a casa e si sente solo un grande bisogno di buttarsi su una poltrona. Ma per lei non è stato il problema di un giorno: Maya, senza una famiglia e senza amici, ha passato gli ultimi dieci anni con un solo pensiero: catturare Bin Laden. In tutti quegli anni ha fatto poche trasferte ed è rimasta chiusa nel suo ufficcio a consultare carte, filmati, intercettazioni o è andata nelle prigioni speciali della CIA ad ascoltare i prigionieri che venivano interrogati.

Maya è l’indubbia protagonista del film. E’ stata scelta lei come punto focale di questa dettagliata ricostruzione su come la CIA è riuscita a infrangere l’impenetrabile mistero che Osama Bin Laden era riuscito a costruirsi intorno per tanti anni. Un lavoro paziente alla ricerca di una breccia nella sua barriera difensiva: individuare chi faceva da messaggero fra lui ed il resto dell’organizzazione, visto che non ha mai usato  né Internet né il telefono.

La regista Kathryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal, che avevano già lavorato insieme in The Hurt Locker, raccontano i fatti con un taglio  secco, essenziale; non ci sono fronzoli né divagazioni pseudo-letterarie. Anche il linguaggio adottato è importante perché invita lo spettatore a calarsi in quelle realtà così specifiche, sia che si tratti del  gergo dei Navy Seals o di quello degli agenti della CIA, anche a rischio di render difficile la comprensione di quello che dicono.

Ai due autori spetta il merito di aver concepito una nuova forma di cinema-verità. E’ un cinema molto particolare che solo apparentemente si concentra sulla descrizione dei fatti e non è  certo un action movie ma al contrario è la conseguenza diretta di una loro particolare visione antropologica: ciò che conta non sono i fatti che vengono narrati ma gli uomini e le donne che li compiono. Un uomo è, ontologicamente, ciò che fa, si realizza e si esprime totalmente nella sua missione.

In entrambi i film della Bigelow  e di Boal sono sono presenti molti militari, visti come dei guerrieri corazzati di tutto punto: se è vero che ognuno è ciò che fa, i militari ne sono la quintessenza proprio per una loro immedesimazione totale al compito che debbono svolgere.

Diversamente da The Hurt Locker, che era declinato totalmente al maschile, Zero Dark Thirty mostra come anche una donna possa oggettivarsi in questo duro e sporco lavoro. Ma  proprio perché donna, usa soprattutto l’intelligenza e una tenacia incrollabile, mentre lascia che il resto lo facciano gli uomini, sia che si tratti di eseguire gli interrogatori  dei prigionieri o di andare in un locale notturno di Kuwait City per corrompere un arabo interessato a possedere una Lamborghini. La sua funzione si può paragonare a quella di un deus ex machina che discretamente contolla che gli altri facciano ciò che è stato loro assegnato, anche i suoi stessi capi, agendo da stimolo e coscienza critica perché  l’obiettivo venga raggiunto.

Il film ha fatto scorrere fiumi di inchiostro sulle scene di tortura che sono presenti soprattutto nella prima mezzo’ora. Si tratta di ciò che la CIA ha chiamato eufemisticamente “enhanced interrogation”: si tratta di tecniche che non creano ferite ma mirano a fiaccare l’interrogato con forme di soffocamento, come l’ormai famoso waterboarding o con forme varie di umiliazione, significative specificatamente per degli uomini di fede islamica. La Bigelow non forza la mano ma è evidente che la sua intenzione è quella di passare in rassegna tutti i metodi adottati, sottolineando che sono stati impiegati dal 2002 al 2009, poi ufficialmente condannate da Obana con un discorso alla televisione del 16 novembre 2008 (riprodotto nel film). La protagonista Maya, impersonata dalla bravissima Jessica Chastain, appare implicitamente non gradire questi interrogatori, forse indicando anche il giudizio della regista, ma alla fine non può fare a meno di raccoglierne i frutti per proseguire le indagini. Né si può sottovalutare il modo sbrigativo con cui i Navy Seals, durante l’incursione a  Abbottabad uccidono i componenti della famiglia di Obama. “Giustizia è stata fatta”: in quelle scene sembra rieccheggiare il discorso che Obama fece il  mattino seguente.

Alla fine Maya sale su un gigantesco aereo da trasporto. Ancora una volta è completamente sola. Il pilota osserva che la donna deve esere un personaggio particolarmente importante, visto che le hanno assegnato un volo tutto per lei. L’aereo parte e qualche lacrima  a freddo scende sul volto di Maya, mentre i sottotitoli ricordano quanti civili, soldati o agenti della CIA sono stati uccisi dall’11 settembre e che tre triliardi di dollari sono stati spesi fino a questo momento nella lotta contro  il terrorismo. “Non ci sono stati attacchi significativi dopo il 9/11 ma probabilmente ce ne saranno ancora”: avverte la didascalia.

Autore: Franco Olearo


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