THE MASTER

Titolo Originale: The Master
Paese: USA
Anno: 2012
Regia: Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione: GHOULARDI FILM COMPANY, ANNAPURNA PICTURES
Durata: 137
Interpreti: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams

Stati Uniti, 1950. Il reduce di guerra Freddie Quell – martoriato nel fisico e disturbato nella mente e nell’anima dagli orrori del conflitto (oltre che da un’adolescenza tribolata) – s’imbatte in Lancaster Dodd, carismatico capo di un’organizzazione che propugna un metodo terapeutico parascientifico per il dominio di sé e delle proprie passioni. Freddie rimane affascinato da Lancaster e vede nel suo gruppo di lavoro (che sempre di più assomiglia a una setta pseudo-religiosa) l’unica possibilità di riscatto e d’inserimento nella società. Lancaster, a sua volta, vede in Freddie un essere umano particolarmente adatto a sottoporsi ai metodi di recupero che propone e che sperimenta, così sembrerebbe, per il bene dell’umanità.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un reduce di guerra bisognoso di ritrovare il proprio equlibrio, accetta di farsi sottoporre a un metodo parascientifico inventato dal santone di turno, , un misto di psicoanalisi, ipnosi e new age
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di sesso e di nudo, linguaggio volgare, tensione psicologica
Giudizio Artistico 
 
I cinefili si leccheranno i baffi: The Master non delude quanti hanno imparato negli anni a conoscere Paul Thomas Anderson come uno dei più originali e autoriali cineasti americani ma per il pubblico non abituato al cinema “d’autore” il film potrà risultare incomprensibile o, senz’altro, inconcludente

I cinefili si leccheranno i baffi: The Master non delude quanti hanno imparato negli anni a conoscere Paul Thomas Anderson come uno dei più originali e autoriali cineasti americani. Tra qualche decennio, probabilmente, parleremo di quest’autore non come di un novello Robert Altman (com’era stato definito all’inizio della carriera, per l’attitudine a dirigere molti grandi attori in articolati film corali) ma come di un altro Stanley Kubrick, per l’impronta unica del suo cinema, per la personalità pronunciata del suo stile, per il rigore e la radicalità con cui la sua regia implacabile riesce a comunicare significati creando impalpabili tensioni.

Un’altra caratteristica del cinema di Anderson (che, per certi versi, lo fa ancora assomigliare a quello di Kubrick) è l’apparente freddezza, che alcuni definirebbero un distacco disinteressato dalle storie e dai personaggi. Effettivamente Anderson ha lo sguardo analitico dello scienziato: più che un narratore di storie è un esploratore di ciò che si agita – di nobile o spesso di meno nobile – nell’animo degli esseri umani. The Master è un film sulla fallacia dell’uomo che conta solo su di sé e sulle proprie forze nell’illusione di poter imbrigliare qualcosa di sfuggente e incontenibile, come la vita e il suo senso, e poterlo controllare. In questo, il film si apparenta con Il petroliere – precedente lavoro del regista – nell’essere soprattutto un film sull’America e sugli americani, sulle contraddizioni di un Paese perennemente in bilico tra la grandezza dei propri ideali e l’ambiguità dei metodi con cui li persegue.

The Master è, inoltre, un film sulla dipendenza e sulla solitudine. Freddie, il reduce di guerra sbandato, è dipendente dall’alcool e soffre di ossessioni sessuali (in una scena senz’altro sgradevole ma efficace nella sua brutalità, vediamo con i suoi occhi un soggiorno gremito di persone in cui tutte le donne – non solo quelle giovani o belle – sono nude). Lancaster, dalla sua, è sempre più dipendente dal proprio carisma, dall’influenza che riesce ad avere sulle altre persone, e quindi sul potere che man mano può esercitare rispetto alla creatura che ha generato (che nel film prende il nome de “La Causa”).

L’incontro tra i due crea a sua volta una doppia dipendenza tra Freddie e Lancaster: Freddie nel suo bisogno di essere amato, accolto, accettato, di appartenere a qualcuno e a qualcosa; Lancaster nel suo bisogno di controllare, di esercitare una pressione, di essere ubbidito. Così si crea un legame in parte simile a quello tra un padre e un figlio, in parte a quello tra un padrone e un servo. Freddie, così, si sottopone agli esperimenti più umilianti e stressanti anche se non ne capisce il senso. Questa descrizione, che prende buona parte del racconto, mostra come entrambi, il “padre” e il “figlio”, abbiano innanzitutto bisogno di credere che questo fantomatico metodo (un mix di psicanalisi, ipnosi, teorie sulla reincarnazione, new age) funzioni. Per entrambi, ne va della loro rispettabilità e del senso da dare alle proprie vite.

Nei titoli di coda, si legge che ogni somiglianza dei fatti o dei personaggi alla realtà è puramente casuale. Ovviamente non è così (analogamente a quando si legge la stessa affermazione al termine di film che parlano di Gesù, di Giulio Cesare o di Napoleone). In modo tutt’altro che nascosto, The Master si riferisce alla nascita di Scientology e all’esperienza del suo fondatore Ron Hubbard. Ma chi temeva, o chi sperava, un intervento a gamba tesa contro l’associazione, si trova di fronte un prodotto molto diverso. Il film, lo ripetiamo, è più che altro un’esplorazione dei dissidi interiori e della fragilità di due uomini alla ricerca di un senso da dare alle loro vite e, di riflesso, un’esplorazione analoga dell’America intera e delle sue utopie. Se nel Petroliere venivano sgretolati il capitalismo e il puritanesimo, qui si mostra il fallimento di un approccio positivista e scientista nel tentativo di sbrogliare la matassa inestricabile della mente umana.

All’autore non interessa costruire una parabola positiva e un arco di trasformazione dei personaggi (con il risultato che per il pubblico non abituato al cinema “d’autore” il film potrà risultare incomprensibile o, senz’altro, inconcludente). Anderson precipita i suoi personaggi nella solitudine di un mondo dal senso inafferrabile. Al fondo, mostra come anche il successo economico e il consenso delle masse non bastino a dare la felicità (Lancaster rimane solo, benché idolatrato da molti, perché non gli è riuscito di essere “padre” con il “figliol prodigo” che aveva eletto). Rivela, anche, come l’incaponirsi nel testare l’approccio sbagliato su un uomo ferito, che ha bisogno di altro, può generare altri mostri (Freddie diventa violentissimo contro tutti quelli che contestano il suo “guru” e, abbandonatolo, rimarrà comunque impregnato delle sue teorie, ma senza più un metodo che le sostenga). L’analisi di Anderson si ferma qui, alla pars destruens: non fa intuire di cosa Freddie avrebbe realmente bisogno per essere “salvato”, più che reintegrato, ma comunque ammette la mancanza di qualcosa di essenziale per il suo vero recupero. Ciò che è più vero, nella sua anima ferita, resta come una nostalgia lontana di qualcosa di sfuggente, un bisogno di essere amato (come nel ricordo della ragazza che aveva lasciato prima della guerra e che invano cerca di ritrovare quando torna a casa dopo otto anni), che da nessuno potrà mai essere soddisfatto.

Autore: Raffaele Chiarulli


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