THE ARTIST (Laura Cotta Ramosino)

Titolo Originale: The Artist
Paese: FRANCIA
Anno: 2011
Regia: Michel Hazanavicious
Sceneggiatura: Michel Hazanavicious
Produzione: La Pétite Reine/Studio 37/ La Classe Américaine/ JD Prod/ France3 Cinéma/ Jouror Production/ UFilms
Durata: 100
Interpreti: Jean Dujardin, Bérénice Béjo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller

Fine anni Venti, George Valentin è una star del cinema muto: avventuriero, spia, affascinante gentiluomo, sempre accompagnato dal fido cagnolino Uggie, ha conquistato i cuori delle platee americane e anche di Peppy Miller, una giovane fan con cui si scontra per caso. Uno scontro che sarà per lei l’inizio di una brillante carriera nel cinema, proprio quando, con l’avvento del sonoro, le fortune di George di capovolgono. Dopo un tentativo fallito con un’altra pellicola muta che, insieme alla crisi del Ventinove, ne prosciuga gli averi, George, abbandonato da tutti, cade nella depressione. Ma Peppy, ora una star, non ha dimenticato quell’uomo gentile che le ha dato la prima possibilità, ed è decisa a salvarlo a tutti i costi…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
The artist è un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta: l’assenza dei dialoghi e del suono lo spinge a cercare nell' immagine in movimento, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo

 Se qualcuno, nel 2011, con le platee ormai da anni drogate dal 3D e dagli effetti speciali, avesse previsto che un film muto e in bianco e nero potesse avere successo oltre il ristretto ambito dei festival (già a Cannes lo straordinario interprete Jean Dujardin, un sorriso che letteralmente “buca lo schermo”, aveva vinto un premio per l’interpretazione) e della critica (il film si è aggiudicato vari premi al Golden Globes ed è un serissimo candidato per gli Oscar), sarebbe stato preso per matto.

Più o meno la reazione che molti dei divi del muto ebbero, probabilmente, di fronte ai primi esempi di “cinema parlato”, una rivoluzione tecnica che avrebbe cambiato per sempre l’industria cinematografica, ma anche il mostro modo di “guardare” le pellicole.

Sì, perché al di là di una storia semplice, sfacciatamente ottimista (ma non superficiale) e godibilissima come solo quelle di una volta sapevano essere (il film cita apertamente Cantando sotto la pioggia), The artist è anche un film che riporta lo spettatore a un’esperienza visiva apparentemente perduta e in realtà imperdibile: l’assenza dei dialoghi e del suono così come siamo abituati a fruirli al cinema, paradossalmente come accade a suoni e sapori per i ciechi, esalta l’atto stesso del vedere, libera lo spettatore e lo spinge a cercare nell’immagine in movimento, nell’inquadratura, nel particolare dello sfondo, nella gestione dello spazio, gli indizi per cogliere quello che sta accadendo. Insomma gli fa riscoprire molte di quelle cose cui spesso si dimentica di guardare e che per alcuni fanno del cinema muto il “vero” cinema; del resto, anche un maestro come Hitchcock diffidava dell’eccesso di fiducia nei dialoghi che faceva perdere l’essenza del cinema, la storia raccontata con “immagini in movimento”.

Con grande astuzia il regista Hazanavicius ha riservato a due attori bravissimi, ma relativamente sconosciuti, le due parti principali, regalando invece i volti memorabili di John Goodman e di James Cromwell al produttore Zimmer (trasparente trasposizione del grande Zukor, di cui cita anche il titolo di un memoir, “Il pubblico non ha mai torto”) e all’autista fedele.

Attraverso molti primi piani espressivi di questo grande cast, indizi disseminati ad arte nelle inquadrature (geniale quella del dialogo sulle scale tra George, ormai in declino, e Peppy, in vorticosa scalata verso il successo), un uso calcolatissimo dei pochi suoni presenti nel film, seguiamo una storia di caduta e redenzione attraverso l’amore, che è una di quelle che lasciano il cuore contento.

Il Valentin dell’inizio, la star incontrastata, mescola le debolezze dell’uomo di successo (un rapporto usurato e stanco con la moglie che lo accusa di “non parlarle”) con la generosità di chi è felice e spesso non si rende conto di quanto abbia da perdere. La Peppy Miller di Bérénice Béjo è un’adorabile stella in carriera senza un briciolo di falsità (se non per il neo di bellezza che George le disegna e che sarà la prima chiave del suo successo) e la sua testarda riconoscenza e l’amore per Valentin, accanto alla fedeltà del piccolo terrier e dell’autista, saranno la chiave del sospirato happy end.

Autore: Laura Cotta Ramosino


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