INVICTUS - l'invincibile

Titolo Originale: Invictus
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Anthony Peckham dal volume di John Carlin
Produzione: da Clint Eastwood, Robert Lorenz, Lori McCreary, Mace Neufeld e Kel Symons per Malpaso Productions/Revelations Entertainment/Spyglass Entertainment/Mace Neufeld Productions
Durata: 133'
Interpreti: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge

Quando Mandela viene eletto Presidente del Sud Africa post-apartheid il Paese è ancora diviso dall’odio razziale e paga le conseguenze economiche di anni di embargo con gravi problemi di disoccupazione e tassi di criminalità crescenti. Convinto del grande potere della riconciliazione attraverso il perdono, Mandela scommette sulla possibilità di riunione il paese nel sostegno alla squadra di rugby “bianca” che affronterà i mondiali di lì a un anno con tutti i pronostici contro. Gli Springboks, guidati da François Pienaar, il capitano convinto dell’importanza del progetto del presidente, sapranno superare ogni attesa lanciando un messaggio di speranza e cambiamento.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il neo presidente Nelson Mandela con equilibrio e spirito di leadership spezza le logiche tribali che pervadono ancora i suoi compagni di lotta e vince le diffidenze degli precedenti dominatori e stimola in tutti l'orgoglio per la nuova nazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Clint Eastwood ancora una volta è capace di regalarci eroi straordinari e al contempo personaggi profondamente umani e veri

“È un calcolo politico, questo rugby?” chiede l’assistente di Mandela “è umano, il calcolo” le risponde il nuovo Presidente che ha deciso di scommettere il suo capitale di carisma e seguito su un gioco tradizionalmente associato alla minoranza afrikaner che fino a pochi anni prima aveva oppresso la maggioranza nera e ora guardava con disagio a un paese in faticosa ricerca di rilancio.

La nazione arcobaleno, con una nuova bandiera e un nuovo inno, arranca nelle difficoltà economiche e nei rancori che non si possono cancellare con un colpo di spugna ed è questo momento, drammatico e decisivo, che Eastwood decide di raccontare, con piglio classico, ma non troppa retorica, lasciando parlare i fatti e le persone anche quando l’effetto è quello di rinunciare agli stilemi del racconto sportivo o della biografia cinematografica.

È così che il suo ingombrante protagonista (un Mandela incarnato con grande maturità da Morgan Freeman) domina totalmente la scena, anche quando non è in campo (filmicamente e sportivamente parlando), capace di trasmettere l’approdo di un percorso umano non privo di ombre (l’accusa di terrorismo che i bianchi gli lanciavano aveva le sue basi in alcune azioni del suo partito), ma ormai pervenuto ad una convinzione matura, quanto esigente. “Il perdono libera l'anima, cancella la paura. Per questo è un'arma tanto potente” spiega Mandela. Perché spezza le logiche tribali che pervadono ancora i compagni di cammino del Presidente (che non a caso lo chiamano Madiba, con il nome del suo clan) e può penetrare il cuore di chi (come Fraçois Pienaar e la sua famiglia) probabilmente, pur non sottoscrivendo le pratiche dell’apartheid, non ha fatto mai niente per cambiare le cose e ora teme solo di essere messa ai margini. Non è un caso che Pienaar venisse da una famiglia della classe operaia, che dalla presidenza Mandela aspettava di vedersi sottratto il lavoro a favore dei neri.

Sul personaggio di Pienaar Eastwood rinuncia a un altrimenti prevedibile trattamento hollywoodiano: il capitano (a cui Matt Damon, pur dal “basso” del suo metro e settanta, dà convinzione e tenacia) aderisce fin da subito alla proposta di Mandela, affascinato dalla sua personalità e dalla responsabilità che gli viene affidata e se pure deve affrontare la diffidenza dei compagni nei confronti della campagna montata da Mandela attraverso visite ai campi da gioco polverosi delle baraccopoli (ma anche quella alla famigerata prigione di Robben Island).

Di lì quanto segue sembra davvero un cammino segnato dal destino, che porta, proprio secondo i dettami di Mandela, ad andare oltre le proprie aspettative, trascinando con sé, non senza qualche impaccio, ma tutto sommato con naturalezza, un intero paese.

La sfida di Eastwood, invece, è quella di non fare il classico “film ispirato ad eventi realmente accaduti”, che poi romanza amplificando o inventando dinamiche psicologiche che intrighino il pubblico, ma di attenersi quanto più possibile esattamente all’accaduto (come indicato in coda alla pellicola), a volte lasciando spazio a scambi esplicativi, con il preciso intento di dare conto di un momento storico fondamentale nella storia recente.

Proprio per questo Invictus, pur nell’evidente intento di celebrare la figura di Mandela e anche tradito qua e là da qualche lungaggine, riesce ad non essere semplicemente un film-monumento, ma prima di tutto un riconoscimento (che ha anche un riflesso religioso, come ci ricorda la preghiera dei giocatori non a caso posta alla fine e non all’inizio – dove sarebbe stata l’equivalente del canonico “discorso alle truppe”- dell’ultima partita) delle infinite possibilità racchiuse nel cuore dell’uomo, della sfida che la sua libertà può e deve cogliere nel rapporto con gli altri.

Una sfida che è da sempre, anche se declinata in modi diversi, una costante del cinema di Eastwood, capace di regalarci eroi straordinari e al contempo personaggi profondamente umani e veri.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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